Elvis

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Sam_Stoner_Elvis_Rosso_SangueElvis rosso sangue
di Sam Stoner
2015
pp. 20

Acquista su Amazon
formato cartaceo
formato ebook disponibile

Primo al concorso Corpifreddi

Sinossi

Una scia di violenza e di follia in quella che doveva essere una notte di festa. Perché la paura e la morte sono sempre vicine a noi. Lo sa bene il dottor Rip catapultato in un girone infernale dal quale non potrà più uscire. Elvis vi dà il benvenuto nel suo Halloween di sangue. Nella migliore tradizione letteraria noir/crime di Elmore Leonard e Donald Westlake.



estratto da Elvis rosso sangue

Capitolo Due

Sul Raccordo Anulare trovò un inferno di lamiere, stessa cosa su via Appia Nuova. Decise di optare per una scorciatoia. La sola possibile era la Via dei Laghi, così diceva il navigatore, una lingua d’asfalto che si insinuava nel folto bosco dei Castelli Romani.
Gli disse bene, la Via dei Laghi era deserta. Rip pensò che solo la passera della sua professoressa di inglese al liceo potesse essere più desolata. Dopo di che scoppiò in una fragorosa risata. Se qualcuno lo avesse visto lo avrebbe preso per pazzo. Da solo in auto e vestito da Elvis se la rideva di gusto. La risata, però, non era così genuina. Tradiva un certo nervosismo. Ne erano testimoni le nocche sbiancate delle mani che stringevano in modo esagerato il volante. Rip era teso, e la ragione si trovava in quella strada sperduta.
Non voglio che tu faccia quella strada, gli aveva detto sua moglie al mattino.
I ragazzi del 118 l’avevano ribattezzata la strada della morte. Non passava settimana che non ci fosse un incidente. Era stretta e a doppio senso, senza illuminazione e piena di curve cieche. Sui due lati della carreggiata la fitta vegetazione impediva qualsiasi visuale. Dietro ogni curva poteva esserci un animale come un camionista dalla guida allegra.
Rip premette il piede sull’acceleratore. Voleva uscire da quel tormento d’asfalto il prima possibile. Raggiunse gli ottanta orari. Cominciò a tagliare le curve per non decelerare. Faceva affidamento sul buio. Se fosse arrivata un’automobile avrebbe di certo visto il riverbero dei fari.
Il suo sguardo era fisso sulla strada scura che si arrampicava sulla collina per poi ridiscendere lungo la sponda del lago Albano. Era sulla sua destra. Le luci dei centri abitati si riflettevano sulla superficie dipingendo un quadro naturale suggestivo.
In quell’ultimo tratto la strada era più tranquilla. È questo che Rip pensava mentre affrontava una curva che si rivelò più insidiosa del previsto. Rip se ne accorse quando ormai era tardi per frenare. Avrebbe potuto solo correggere la traiettoria, ne aveva sia il tempo che lo spazio. Certo, uscendo dalla curva avrebbe invaso l’altra corsia, ma non sembrava venisse nessuno in senso contrario.
Apportò quella piccola correzione. L’auto rispose alla perfezione. La sostituzione degli pneumatici la settimana prima era stata azzeccata.
Rip non fece in tempo a sorridere che i suoi fari si piantarono negli occhi di un cinghiale selvatico completo di zanne. Se ne stava in mezzo alla strada, placido e tranquillo.
Rip reagì d’istinto. Sterzò. L’auto si infilò nella fitta boscaglia schiantandosi contro un albero.
L’airbag gli esplose in faccia mentre la cintura di sicurezza completò il servizio schiacciandogli il torace.
Il silenzio della boscaglia fu spezzato da un clangore di metallo e vetri.
Rip non svenne. Si portò una mano al naso, convinto che si fosse rotto. Si sbagliava, era tutto a posto. Sganciò la cintura e uscì dall’auto. Se non si fosse aggrappato allo sportello sarebbe caduto. La prima sensazione che ebbe, oltre il sentirsi i testicoli in gola, fu di claustrofobia. Era all’aperto, in un bosco, eppure era come se l’avessero avvolto in un tappeto nero e fradicio, talmente pesante da impedirgli persino di respirare.
Era il buio. E cazzo, era un buio impenetrabile.
Non c’era una sola luce intorno a lui. Solo quel fottuto buio pesto. Per fortuna, con il passare dei secondi gli occhi cominciarono a distinguere qualcosa. Quella sera il cielo era limpido e la luna era piena. La prima cosa che emerse dall’oscurità fu la strada. L’asfalto brillava, seppur flebilmente.
A pochi metri di distanza, Rip riuscì a distinguere la sagoma del cinghiale. Quel figlio di puttana se ne stava ancora lì, fermo in mezzo alla carreggiata.
Rip scorse il luccichio dei suoi occhi. Lo stava fissando. Non c’era da scherzare con quelle bestie, erano capaci di caricare a testa bassa e fare molto male. Un suo amico, durante un’escursione in bicicletta a Castel Fusano, era stato rincorso da un cinghiale per centinaia di metri, buon per lui che fosse ben allenato.
Il cinghiale di Rip, però, non sembrava incazzato. Magari si stava solo chiedendo per quale motivo quell’auto avesse deciso di schiantarsi contro un albero.
Il cinghiale emise un grugnito e trotterellando si infilò nella boscaglia.
«Fottiti.» disse Rip con un filo di voce.
Doveva accertarsi di non essere ferito. Era già molto essere in piedi. Gli girava un po’ la testa, ma del resto gli era scoppiato in faccia un airbag.
Fece profondi respiri. Mosse braccia e gambe, infine il collo. Sembrava tutto in ordine. Di sicuro il giorno successivo sarebbero usciti fuori chissà quanti dolori.
Guardò l’orologio. Erano le ventitré e dieci. Non era poi così tardi. Viste le condizioni dell’auto non avrebbe potuto superare i limiti di velocità ma l’importante era arrivare a destinazione.
Il parabrezza aveva tenuto. Così sembrava.
«Non mi abbandonare piccola.» disse Rip rientrando nell’abitacolo. Estrasse la chiave dell’accensione, la inserì di nuovo e girò.
Niente.
Era come se qualcuno avesse prelevato l’intero blocco motore e le parti elettriche, lasciando solo la carrozzeria.
Riprovò. Anche se più che un tentativo fu un atto di fede. Tale restò. Nessun miracolo per quella sera. Fanculo.
Non gli rimaneva che chiamare il carro attrezzi per rimorchiare l’auto. Ormai la festa era saltata.
Prese il cellulare dalla tasca della tuta, premette i tasti per sbloccare la tastiera ma lo schermo restò nero.

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