Il Tredicesimo Racconto

Posted on Posted in Landscapes, pubblicazioni, Science

sam_stoner_romanzo

Il Tredicesimo Racconto
di Sam Stoner
2015
pp. 252

Editore Lettere Animate
formato ebook disponibile
acquista su Amazon 

Sinossi

David Millar, brillante scrittore horror, deve scrivere il tredicesimo racconto di un’antologia di prossima uscita.
Senza idee, spera di trovare ispirazione nella biblioteca esoterica di sua suocera, figlia di Ebel Sternwood, un famoso antropologo. Tra i libri scopre il carteggio privato di Ebel su alcune invocazioni trafugate alla tribù sciamanica degli Shuar. Dalla quelle lettere prenderà forma un racconto che porterà una sequela inarrestabile di morti, a partire dalle persone a lui più vicine. Un viaggio in dimensioni sconosciute in cui il male sembra essere padrone delle anime e del destino.



Estratto da Il Tredicesimo Racconto

Capitolo Uno

Tutto iniziò così. Con una telefonata ricevuta in un pomeriggio qualsiasi di aprile, nella sua casa a Roma.
Quando David abbassò il ricevitore imprecò, si diede una vigorosa e attenta grattata ai testicoli e andò a pisciare. E durante lo scroscio cominciò a mettersi in moto quello che il New York Times aveva definito “il sofisticato meccanismo di un’eccelsa mente creativa”. L’“eccelsa mente” si dette una sgrullata all’uccello e andò in cucina per dare inizio al rito di sempre con la consueta tazza di cioccolata calda.
Doveva scrivere quel fottuto racconto. Conosceva bene Robert. Non ci sarebbe stata una seconda telefonata. O gli dava quel che aveva chiesto oppure lo avrebbe fatto scrivere da uno dei talentuosi ragazzotti che aveva in scuderia, scalando poi il compenso esborsato dall’assegno che la Random aveva previsto per David Millar.
Se c’era una cosa che David aveva sempre odiato era fare lavori su commissione. Gli sembrava di essere tornato indietro di dieci anni.
Prese la tazza e andò nello studio. Una stanza di circa venti metri quadrati nella quale tre delle quattro pareti erano occupate da scaffali di libri; al centro due poltrone che David utilizzava per la lettura, entrambe rivolte verso le ampie finestre, e in fondo, sulla parete di sinistra, la sua scrivania. Accese lo stereo a tutto volume, diffondendo per la casa quel rock pesante che la signora Senese, inquilina del piano di sotto, gradiva almeno quanto le flatulenze dell’ormai anziano marito.
Finalmente poggiò le chiappe sull’amata, vecchia sedia imbottita, mentre fuori dalla finestra il cielo andava tingendosi di un rosa talmente intenso da far pensare che Dio, per quella sera, avesse preso in prestito uno dei pennelli di Chagall.
Dio amava quella città, David ne era convinto. E non era per le oltre duecentocinquanta chiese erette in suo nome e nemmeno per la presenza della più imponente basilica al mondo, San Pietro. No, era per quei tramonti, capaci di lasciare senza respiro. Ogni sera, come un bambino, si meravigliava di quei capolavori. E poi, c’era il clima, che rendeva Roma così dolce, a tratti irreale, come sospesa nel tempo.
Si accostò allo scrittoio. L’ultimo numero di Variety sonnecchiava placido al centro del massiccio ripiano in legno cercando di smaltire il fuso orario. A pagina otto McFarlan, il famoso critico letterario, si faceva portavoce di quanti stavano aspettando con trepidazione il grande ritorno di David Millar ai racconti. Racconti che in quel momento David avrebbe dato loro volentieri, purché si fossero girati di spalle con i pantaloni calati.
Bastardi.
Aveva lavorato a questo atteso ritorno per quasi un anno, tirando fuori dodici storie più affilate delle lame di Wolverine ma Robert, il suo nuovo prezzolato editor manager, si era convinto che il numero tredici potesse suscitare maggior interesse nei lettori. Anche se questo avrebbe significato cadere nella solita, consunta e ben oliata banalità di marketing già sfruttata allo sfinimento dalla serie cinematografica di Venerdì 13.
Presuntuoso piscialletto, pensò. Un altro racconto in due settimane, era una vera follia. Adesso gli erano chiare le parole di Arby Ichstain, il suo vecchio editore, quando lo mise sul chi va là nell’affrontare i rapporti con una casa editrice grande come la Random House: “Lì non troverai il vecchio Arby pronto a discutere con te, ci saranno solo manager vestiti Gucci, che non hanno mai aperto un libro in vita loro, ma le cui decisioni sono fottutamente irrevocabili. Tanto per intenderci, saranno cazzi per il culo, figliolo.”
Be’, inutile recriminare. Doveva solo mettersi al lavoro e cercare al più presto di spellare il fagiano, come sempre diceva suo zio Buggy. E quel pomeriggio il suo fagiano si trovava in quelle pagine bianche sopra lo scrittoio.

.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *