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Romani per sempre

a cura di Marco Proietti Mancini
Edizioni della Sera
2015
pp. 146

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formato cartaceo

Sono presente in questa antologia con il racconto “Il silenzio”

Remo, custode di notte in uno dei palazzi storici del quartiere dell’Eur, Palazzo Uffici, dove si trovano gli uffici degli affaristi del Comune di Roma, viene in contatto con la criminalità romana, quella di Mafia Capitale. Un incontro che stravolgerà la sua vita.

 

estratto da Il silenzio

Incipit

Remo uscì dalla metropolitana a testa bassa. Poche volte nella sua vita l’aveva fatto. Di solito era allegro, spesso fischiava. Gli piaceva fischiare, diceva che metteva di buon umore chi l’avesse udito. Eppure quella mattina il suo viso era corrucciato, per chi fosse riuscito a vederlo. Non aveva bisogno di sollevare la testa, aveva percorso quel tragitto migliaia di volte. Lavorava al’Eur da quarant’anni. Era il custode degli edifici storici, li aveva girati tutti, alla fine l’avevano destinato al più prestigioso, il Palazzo degli Uffici. Quello che nei progetti originari del Quarantadue doveva essere l’ufficio di rappresentanza, il cuore del quartiere. Ed era così ancora oggi, dopo oltre settanta anni. A Remo piaceva quel palazzo, era il solo completo in ogni particolare. Lì dentro, tutto lo riportava indietro nel tempo, alla sua infanzia vissuta all’Eur.
Certo non è che avessero una vera casa a quei tempi, era piuttosto una baracca, ma era comunque fortunato perché poteva almeno ritrovarsi con il padre che lavorava come operaio proprio in quei cantieri. C’era una sua foto che lo ritraeva in piedi, a oltre trenta metri di altezza sull’impalcatura del Palazzo dei Congressi. Oggi sarebbe una bestemmia una cosa del genere, ma a quei tempi non esistevano norme di sicurezza, il padre indossava solo un cappello fatto con un foglio di giornale e un fazzoletto legato al collo. Remo, quella foto, la portava sempre con sé, pronto a farla vedere a chiunque parlasse con lui. Era anche apparsa su un libro che avevano pubblicato. Suo padre in un libro. E c’era scritto anche il suo nome. Ne sarebbe stato orgoglioso. Era stato un padre affettuoso, mai nemmeno uno schiaffo aveva preso, neanche quando se li sarebbe meritati, per quelli c’era mamma Angela, una donna forte, di polso. Remo sospirò. Avrebbe voluto tornare a quei tempi in cui andava in giro scalzo, nel fango, e doveva fare i bisogni all’aperto perché non avevano un bagno nella baracca. Oggi aveva una casa sua con tutti i confort ma ci avrebbe rinunciato all’istante. Nulla valeva un sorriso, e se quello del cuore manca, si può anche essere padroni del mondo, non serve a niente.

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